Marco Baliani e Bruno Tognolini
ANTIGONE DELLE CITTÀ
Bologna 1991
Cento attori in memoria della strage alla stazione


Con un contributo di Laura Budriesi

Edizioni TITIVILLUS, luglio 2026
Copertina flessibile | 14,5 x 20,5 cm | 224 pagine | 18 foto B/N | € 20




Foto di Monica Rubbini
Cliccare per alta definizione

Questo libro si stacca deciso dal sognante corteo dei miei settanta di rime e di storie fin qui. Viene dal mio passato, dal teatro di base e di gruppo che abitai per tutti gli anni '80. E da un grande evento teatrale e civile di cui sul finire di quella stagione fui drammaturgo e cronista. Dopo trentaquattro anni di sonno in questo sito quella fiammante cronaca oggi ritorna, s'arricchisce di nuovi contributi, diventa testimonianza della ricerca teatrale in Italia nella fine dello scorso millennio.




  • Il libro
  • Il suo indice
  • Bruno Tognolini
  • Marco Baliani
  • Laura Budriesi
  • Trent'anni di sonno
  • Il documentario
  • Come va a finire





  •      HOME PAGE
          di Bruno Tognolini

    Luglio 1991. Cento giovani attori si radunano in un'antica villa sui colli bolognesi. In due settimane, con la guida di Marco Baliani, dovranno costruire l'atto teatrale che Bologna, Antigone delle città, gli ha affidato: esigere la sepoltura nella giustizia degli ottantacinque fratelli uccisi alla stazione, fare i nomi degli assassini e dei mandanti.

    La notte del due agosto in dieci piazze del centro dieci gruppi di dieci attori narrano su mucchi di macerie il racconto dei morti. Alla fine attori e pubblico sciamano in Piazza Maggiore per l'atto finale. Ventimila cittadini con loro lo celebreranno.

    Un racconto di Bruno Tognolini, che con Marco Baliani e Maria Maglietta ne ordì la drammaturgia, l'anno dopo fissò la memoria di quei quindici giorni operosi. I gruppi che si radunavano, gli esercizi di creazione dei legami, le improvvisazioni, il motore drammaturgico, i consulti di Baliani con le guide, le assemblee plenarie ogni sera, e infine l'evento.

    Riesumato trentacinque anni dopo da Laura Budriesi per un suo corso al DAMS, arricchito da nuovi contributi e interviste, quel racconto diventa un libro. Dove i teatri e le città possono specchiarsi, leggere il farsi di un atto teatrale e civile inaudito, che invece è accaduto.






    Cliccare per alta definizione

    All'indice



    Il libro

    IL LIBRO

    Qui comincia il racconto del cammino che condusse a un grande evento teatrale. Questo racconto è stato steso per la gran parte nel 1992, e ripreso e completato nel 2026. L'evento teatrale fu un rito civile, commissionato dall'intera città di Bologna in memoria della strage del 1980 nella sua stazione. Fu celebrato nelle strade e nelle piazze del centro storico di quella città, con due diverse messe in scena, le notti del 1° agosto 1991 e 1992. Cento giovani attori l'avevano costruito in quindici giorni di residenza operosa a Villa Guastavillani, sui primi colli bolognesi, sotto la guida di Marco Baliani.


    ANTEFATTO

    La mattina del 2 agosto 1980 alle 10:25 una valigia imbottita con 23 chili di tritolo, compound B e nitroglicerina scoppia nella sala d'aspetto della stazione di Bologna, radendo al suolo un'intera ala dell'edificio e investendo il treno Ancona-Chiasso in sosta sul primo binario. Muoiono 85 persone e 200 sono i feriti. è la strage terroristica più grave dell'Italia repubblicana. Le indagini, che da subito imboccano la pista neofascista, vengono ostacolate su quel cammino da depistaggi e insabbiamenti, manovrati per decenni da settori deviati dei servizi segreti e dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Nel 1995 le condanne di Gelli, Musumeci, Belmonte e Pazienza chiariscono che scopo delle macchinazioni è coprire la matrice neofascista della strage. Gli esecutori materiali vengono individuati e condannati a lentissima cadenza nei decenni: nel 1995 Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che militavano nei NAR, formazione clandestina di estrema destra; nel 2007 Luigi Ciavardini e nel 2020 Gilberto Cavallini, stessa matrice politica. Nel 2020 si conferma che un quinto esecutore, Paolo Bellini, agiva in concorso coi vertici della P2 di Gelli, Ortolani, D'Amato e Tedeschi. Finalmente si nominano i mandanti. Nel 2025 la condanna finale di Bellini lega definitivamente l'attentato all'eversione neofascista, ai servizi deviati e alla loggia P2. Le 85 vittime, dopo 45 anni, trovano sepoltura nella proclamazione dei nomi dei loro uccisori.


    RICONOSCIMENTI

    Questo libro non sarebbe nato senza lo spunto e il lavoro di Laura Budriesi, docente nelle Università di Bologna e di Firenze, delle studentesse e degli studenti del suo corso di Scenografia al DAMS di Bologna, e in particolare di Emma Comotti, Anna Milan, Sara Sanguedolce e Francesca Viapiana, autrici del documentario parallelo "Antigone Reloaded".

    E poiché nel libro, per motivi di tempo, non l'ha avuto, rendo qui il mio riconoscimento a Roberta Lipparini, che nella correzione delle sue bozze ha replicato identici l'impegno e la generosità che già trentadue anni fa aveva prodigato nella prima "Antigone delle città", quando come assistente alla drammaturgia trascriveva nel mio antico PC dozzine di passaggi da libri e quaderni prescelti e proposto dagli attori.



    Foto di Piero Casadei

    All'indice



    L'indice
    I titoli dicono poco dell'accadere, ma l'indice è già un belvedere dall'alto, che dà un'idea generale del paesaggio: l'estensione delle parti, l'articolazione degli argomenti, i contributi dei diversi autori.

    QUI SI POTRÀ SCORRERE L'INDICE DEL LIBRO.

    All'indice



    Bruno Tognolini

    La mia parte in questo libro è stata scritta in larga misura all'epoca, nel 1992, e revisionata (con interventi intenzionalmente minimi) e integrata di nuove parti (minime anch'esse) oggi, per la redazione del volume, nel 2025 e 26. Un centinaio di pagine accolgono il racconto del primo anno di "Antigone delle città". Racconto non distaccato ma ben partecipe e avventuroso, perché ero lì e costruivo con tutti gli altri quel teatro; e al tempo stesso analitico e riflessivo, perché venivo dallo studio di quel teatro, in quattro anni di DAMS e dieci di teatro di base. Gli altri miei contributi nel libro, dopo quel lungo racconto, riguardano: la redazione dei testi teatrali degli atti nelle Dieci Piazze - che erano poi in realtà il mio primo lavoro: la drammaturgia; la cura dei due poemi scritti per noi da Franco Fortini e Franco Loi; e infine un brevissimo racconto commentato del secondo anno dell'impresa, "Le Antigoni della Terra", redatto oggi a posteriori, nel 2026. Qui sotto, come assaggio di questa cronaca a due sguardi, di fatti e pensieri, due punti del capitolo "Villa Guastavillani", alle pagine 27-29 del libro.
    10. IL MOTORE DRAMMATURGICO È PARTITO

    Torniamo alla famosa discussione, che sarà menzionata spesso nel lavoro seguente come "discussione politica" (e anche noi la chiameremo così). Il motore della drammaturgia era già partito. Né l'accensione né lo scoppio erano ancora di natura teatrale; gli attori, stimolati da documenti e scenari della realtà (non da testi o atti teatrali), rispondevano in forme concettuali, razionali: coi discorsi. Ma dentro questi discorsi c'erano immagini, affermazioni, strutture d'atti, modelli di conflitti, suoni e gesti e oggetti di cui poi la drammaturgia farà benzina.

    Orologi, cassette, borse, fogli stracciati: le cose dei morti, che abbiamo visto nei video sparse tra le macerie, o tra le mani dei soccorritori inebetiti. Questi oggetti dicono subito qualcosa di molto piccolo e potente, che non sfugge a nessuno, e molti ragazzi li elencheranno nella discussione. Diventeranno uno dei fulcri del lavoro drammatico, e i soli oggetti usati in scena oltre alle pietre. "Quel vecchio che girava piangendo con voce infantile, si toccava l'orecchio, voleva aiutare ma non sapeva cosa fare..." – dirà uno: diventerà un personaggio, lo Sbandato.

    Un rapido contrasto, che nasce a un certo punto tra quattro o cinque giovani attori intorno ai modi di reazione più opportuni, verrà più tardi riscritto, quasi con le stesse parole: sarà il Dialogo tra l'Innocente e il Consapevole, unico dialogo di tutta l'"Antigone delle città". E infine una risata nervosa, liberatoria, che scoppia tra gli attori dopo un'ora di visione, quando viene inquadrato un titolo di giornale che strilla "Questa volta bisogna prenderli subito"; a proposito di quella risata poco dopo qualcuno dirà: "No, io non voglio parlare del dolore. Bisogna reagire con forza, con gioia. Bisogna partire da quella risata". La prima cosa che si sentirà nelle piazzette, la sera del primo agosto, sarà una risata.

    Questi sono solo quattro esempi: almeno altri venti temi sono emersi da quella discussione e sono entrati nel motore. Accanto a questi, altri che venivano da altre fonti: libri, gesti, cose, pensieri, portati dai drammaturghi e dagli attori, o trovati nel cammino. A questo punto bisogna parlare del motore, o di uno fra i motori del processo: la drammaturgia.



    Foto di Luciano Nadalini


    11. ZEN E MOTOCICLETTA

    Ne parliamo in termini astratti, astraendoci cioè per un momento dal lavoro di quei giorni in quel luogo. Non perché sia lecito azzardare un "modello", o peggio un "metodo", ma per brevità e chiarezza: verrà subito ricalato nel suo ambiente. E comunque, per attenuarne l'arida astrazione, spingiamo a fondo questa metafora sorniona, che avvicina modelli logici distanti (come lo Zen con la motocicletta).

    Pensiamo a un motore con le sue quattro fasi: aspirazione, compressione, scoppio e scarico. Prima fase, l'aspirazione: questo motore succhia la benzina, cioè raccoglie una carica di "input". Si aspirano i materiali più diversi: testi o brani, teatrali o letterari, scritture originali di tutti i partecipanti, forme gestuali o testuali tratte dalle improvvisazioni degli attori, immagini, musiche, oggetti; ma anche racconti di fatti pubblici e privati, opinioni, visioni del mondo, casi e accidenti capitati nel frattempo. Questi ingredienti sono in parte casuali e in parte no: sono infatti innescati, orientati, scelti o scartati in base a uno sfondo di riferimento, una "mappa". Questa mappa è il sistema d'orientamento che chi guida il processo, per quanto labile e aperto, deve già avere in mente dall'inizio: per sapere dove andare (questo più o meno) e in quanti giorni (questo con precisione).

    Seconda fase, compressione: i materiali aspirati vengono avvicinati, compattati, comparati uno con l'altro, e tutti con la mappa. Qui accadrà che, fatalmente, alcune cose torneranno più utili, altre meno; alcune cose si accenderanno a vicenda, come una "luccicanza", e così diverranno più forti, e altre meno. Le più forti e le più utili resisteranno alla compressione, le più deboli o superflue saranno un po' schiacciate, e serviranno comunque a fare pressione e calore. Ma attenzione: anche la mappa, anche il progetto del drammaturgo e del regista dovrà misurarsi in questa compressione, e deformarsi per contenere più e meglio. E spesso accadrà che deformandosi non perda, ma al contrario si arricchisca: che scopra soluzioni nuove, rivelazioni e moltiplicazioni del senso, angoli dello sguardo che ignorava.

    Se questo accade, se la miscela è buona e ben compressa, questa miscela si incendia ed è lo scoppio, la terza fase. Ciò che c'è ora nel motore è qualcosa di diverso dalla mera somma di parti e schema che vi era entrato: è diventato forma organica (cioè legata nelle sue parti, dotata di senso), e forza propulsiva.

    Arriva allora la quarta fase, lo scarico: restituire i materiali trasformati. E qui il motore del teatro, se lavora a buon regime, si differenzia da quello delle auto, e non inquina. Non scarica residui incombusti (o non dovrebbe), ma li rimette in circolo, per bruciarli del tutto nelle forme definitive che verranno. I materiali, compressi e accesi sul tavolino della drammaturgia, vengono restituiti agli attori sotto la guida del regista, che insieme a loro li lavora sulla scena, li prova alla prova del teatro vivo, fatto di persone vive e irripetibili, che li fanno propri e li modificano ancora. E ancora, modificati, divengono nuovo materiale d'aspirazione per la prossima seduta di drammaturgia. E la macchina va.



    Foto di Piero Casadei

    All'indice



    Marco Baliani

    Tante righe di questo libro sono scritte da me, ma dette da Marco Baliani; io le annotai sul momento in quello che più sotto chiamerò Quaderno inesplorato; da lì le riportai un anno dopo, con virgolette o discorso indiretto, nella stesura del Racconto, e trantaquattro anni dopo su questo libro. A cui Baliani ha aggiunto nel 2026 un nuovo contributo originale, scritto guardandosi indietro, e intitolato "Il teatro dell'irreparabile" (pag. 149 del libro).

    Qui però, dove hanno senso solo assaggi delle parti estese nel libro, preferisco dargli voce nella primissima lettera che quel centinaio di giovani attori e attrici, già selezionati nei tanti colloqui precedenti (vedi punto "4. Il miracolo di Piazza Maggiore", a pag. 25-26 del libro), ricevettero nel giugno 1991. Ecco dunque, sempre a titolo di assaggio, altri due punti del capitolo "Villa Guastavillani" alle pagine 21-24 del libro.

    1. LA LETTERA

    Giugno 1991, Marco Baliani ai cento attori convocati.

    Cari amici,

    siamo all'inizio del percorso e quello che ci attende non appare facile: certamente è qualcosa di avvincente, un appuntamento teatrale raramente concepito, dove si intersecano istanze etiche e artistiche, un modo di lavorare che sarà tutto da sperimentare, sia per i tempi che per il numero di artisti partecipanti. Non ripeterò qui quello che già avrete ascoltato quando ci siamo incontrati: si tratta di rispondere in forme teatrali a una richiesta civile di testimonianza.

    Il teatro che andremo a esplorare sarà dedicato a tutti coloro che non smettono di ricordare, che non cadono nella trappola dell'oblio, della dimenticanza. Occorre che da subito vi rendiate conto che per realizzare nei tempi richiesti le nostre ancora sconosciute visioni, per mettere in scena le parole dei poeti, è necessaria non solo una grande energia e partecipazione, ma una capacità di autodisciplina enorme. Vi si chiede di riuscire a stare con molte altre persone, in uno stesso ambiente di lavoro, rispettando il lavoro degli altri, interagendo senza creare disordine, e allo stesso tempo vi si chiede di essere sommamente creativi e propositivi.

    L'organizzazione delle giornate sarà precisa, i gruppi che si formeranno, ciascuno con la sua guida, saranno poi coordinati a un livello più generale: insomma stiamo attrezzando lo spazio e il tempo in modo da creare un'occasione unica di formazione e creazione artistica.

    Passando ai primi contenuti, vi consegno alcuni compiti a casa da portare risolti per il primo giorno di lavoro.

    a) cercare attraverso testi, libri, letteratura, sceneggiature o altro (ma non poesie), quattro, cinque o più righe (ma anche una pagina o due) che dicano un momento di pienezza del vivere, un momento di gioia di esistere. è importante che ciò che portate abbia per voi un senso, sia cioè parte del vostro modo di essere. Come pure è importante che ciò che mi porterete sia efficace dal punto di vista visivo e della concretezza: niente filosofie, grandi pensieri, metafisica, ma cose concrete, atti, azioni, esperienze.

    b) Oltre al vostro abbigliamento per lavorare, portate con voi un vestito che vi è caro, che salvereste o tentereste di salvare da una catastrofe, oppure che portereste con voi in un viaggio senza ritorno. Insieme al vestito portate come possibile oggetto teatrale una borsa, o valigia, o zaino o altro contenitore, evitando che sia fortemente connotato (tipo zaino Invicta).

    c) Portate con voi una fotografia (vostra, non vostra, antica, recente) che sarà poi disseppellita dalle macerie, o usata in altro modo che ora non so: la fotografia è un legame, qualcosa che attesta l'esistenza di qualcuno che ora non c'è più.

    d) Fate la stessa cosa con un piccolo oggetto, di quelli che ci si porta dietro nei viaggi, che però non sono anonimi ma, quando siamo dispersi, sono quelli che segnalano la nostra esistenza; oggetti unici, dotati di un'aura legata alla persona che li ha resi così unici e preziosi.

    Mi raccomando: abbiate cura di eseguire questi compiti con estrema concentrazione e rispetto: sarà forse tutto il nostro materiale e occorre che abbia un valore sacrale almeno ai nostri occhi. Se tra voi c'è qualcuno che sa suonare uno strumento musicale lo porti, potrebbe essere molto necessario.

    Ecco, è tutto per ora. Il viaggio sta iniziando, non so dove porterà né come si svolgerà, ma sento che l'esserci imbarcati è già un grande segnale.



    Foto di Piero Casadei


    2. COMPITI E ORARI

    Ai cento attori che in giugno avevano ricevuto questa lettera, e ora il 16 luglio siedono sulla scalinata di Villa Guastavillani, per prima cosa Baliani presenta lo schema organizzativo del lavoro: compiti, mansioni, orari. Sarà un processo performativo, multiforme, continuamente rettificato, difficile da comprendere standoci dentro, e da narrare da fuori: per questo era tanto più necessario allora partire con un ordine degli atti nel tempo, ed è necessario adesso riferirlo. Vediamo di farlo in fretta.

    I cento attori saranno divisi in dieci gruppi, ognuno condotto da una "guida", che sarà assistita da uno "skipper", una sorta di navigatore: guida e skipper, regista e aiutoregista, hanno il compito di guidare una fase iniziale di training, per favorire conoscenza e affiatamento. Si lavorerà quindi in parte nei gruppi; in parte in "laboratori trasversali" (di danza, composizione drammaturgica, percezione, e altro), in gruppi più grandi, di venti o trenta persone; e in parte nelle plenarie, tutti e cento insieme.
    Il mattino è dedicato ai "laboratori trasversali", il pomeriggio al lavoro dei gruppi: che elaboreranno temi e spunti d'improvvisazione stabiliti con le guide al mattino, e li mostreranno dopo cena a tutti gli altri in quelli che chiameremo i "sipari".
    Baliani, Maria Maglietta e io lavoreremo insieme nel pomeriggio a comporre le drammaturgie; alla mattina lavorerò da solo, mentre Marco e Maria sono al lavoro coi gruppi. Ogni giorno, negli orari più opportuni, riunioni di guide, skipper, drammaturghi e regista per fare il punto. Questo è quanto, per la prima settimana: la seconda sarà da riformulare sulla base di quanto accadrà.

    Lavoreremo così, ma per far cosa? Dobbiamo costruire dieci azioni, dieci piccoli spettacoli per dieci piccole piazze del centro storico della città. Queste azioni saranno realizzate dai dieci gruppi, e saranno "uguali": per meglio dire, saranno dieci versioni diverse dello stesso testo (o copione, o schema drammaturgico: ancora non sappiamo come chiamarlo). Poi dobbiamo costruire un Atto Finale Grande, tutti insieme, per Piazza Maggiore.

    Programma di oggi: presentazione del lavoro, discorsi sui contenuti (la strage) e sulle forme (uno spettacolo, o una cerimonia). Poi: formazione dei gruppi e giro esplorativo della villa e dei giardini, dove ogni gruppo sceglierà il suo sito di lavoro. Poi: tutti quanti in sala audiovisivi, per vedere i videodocumenti sulla strage che l'Associazione dei familiari ci ha fornito. Infine cena, e dopo cena libera discussione tutti insieme.

    All'indice



    Laura Budriesi

    Laura Budriesi è docente di discipine teatrali e arti performative presso le Università di Bologna, di Firenze e di Padova. Come si racconta in dettaglio nel capitolo successivo, a lei Marco e io dobbiamo il ritorno di "Antigone delle città" dal suo sonno silenzioso nel web. Da subito, quando s'è deciso di fare di questo risveglio un libro, s'è offerta di partecipare con un contributo teorico.
    Era ciò che ci serviva. A lei abbiamo chiesto ciò che si chiede a una ricercatrice del teatro: di dare respiro teorico al racconto dell'Antigone, di raffrontarlo a specchio con altre testimonianze e pensieri di storici e critici teatrali, naturalmente lei stessa per prima. Estraggo, a totale arbitrio, uno dei passaggi del suo saggio in cui questa espansione accade. Dal punto intitolato "Pratiche performative del ricordo: «la memoria non è qualcosa di passivo»" (pag. 196 del libro).

    Freddie Rokem (Performing History, University of Iowa Press, 2000, ndr) parla di "theatrical energies", energie creatrici contro le forze distruttive della storia, dovute soprattutto alla consapevolezza di provare a proporre un miglioramento, a risarcire quel passato grazie alla dimensione del qui e ora del teatro che permette la resurrezione di un allora, di un particolare passato; ad esso viene conferita una nuova vita ri-facendolo grazie a dei corpi vivi, presenti. Il performare un evento storico contiene sempre una dimensione fantasmatica che permette agli eroi morti del passato di riapparire.

    Rokem, seguendo De Certeau e il suo avvicinare storiografia e fiction nella comune dimensione narrativa e retorica, definisce gli attori come "iper -storici" grazie al processo del re-doing, del ri-fare, del far riapparire qualcosa o qualcuno dal passato, e questo proprio in virtù del potenziale sensibile dei performer insito nell'incorporazione di quel passato. Distingue però tra possibili riproposizioni del passato in scena, mettendo in evidenza quelle più ristorative o basate sul processo dell'elaborazione del lutto (uno dei suoi esempi riguarda la Shoah): «It's even possibile to argue theatre as a medium, in Hamletian mode, always contains different process of mourning for a loss. In a way, as a ritual experience, this is also what the theatre implicity demands of all us when the fictional world at the end of performance, at the final courtin or blackout» (Rokem 2000: 13).

    Un certo modo di ri-performare la storia cerca di riportare in vita qualcosa o qualcuno di perduto - gli 85 morti della strage per "Antigone delle città" - tentando di ripristinare quella perdita: antidoto dialettico rispetto alle forze distruttive della storia. Alle vittime della storia è concesso un rituale di resurrezione: «the theatre performing history are more like a "ritual" of resurrection, a revival of past suffering where the victim is given the power to speak about the past again» (ivi: 205).Uno "stage of memory" dove l'attore è brechtianamente testimone, "iper-storico" grazie alla dimensione dell'incorporazione: forza creatrice, seguendo i maestri del secondo Novecento, da Schechner, a Barba, a Brook, latrice di trasformazione perché il corpo dell'attore porta sempre con sé, nel momento in cui incontra il corpo dello spettatore, un atto politico e di conoscenza che trasforma il mondo, che incide il mondo.

    Valerio Festi e Monica Maimone, coloro che avevano reso possibili gli incontri a Villa Guastavillani, ci dissero: «gli attori potevano rendersi conto di essere nella storia e avere loro il compito di esprimere il succo di quella storia. I ragazzi capivano che avrebbero fatto un pezzettino di storia. Loro erano la città» (Festi, Maimone, Ormete).



    Foto di Monica Rubbini

    All'indice



    Trent'anni di sonno

    Ecco come i due punti del capitolo "I tre risvegli", da pag. 145 del libro, raccontano nel dettaglio la storia del suo ritorno dal silenzio.
    TRENT'ANNI DI SONNO NEL WEB

    Questo libro nasce da una revisione che applico oggi, dopo trentatré anni, a testi che curai e scrissi ex novo nel 1992 per una pubblicazione che il Comune di Bologna volle promuovere a narrazione dell'evento teatrale "Antigone delle città", andato in scena un anno prima. Ai materiali del lavoro drammaturgico, che conservavo nel mio archivio personale (testi, copioni, poemi originali, note e carteggi grezzi d'ogni tipo), aggiunsi un racconto dei quindici giorni di preparazione dell'evento: una cronaca argomentata che scrissi quando, a un solo anno di distanza, erano ancora freschi nella memoria.

    Con pochi altri contributi il Comune di Bologna, nel luglio 1992, pubblicò quella mia cronaca e i testi teatrali e poetici di "Antigone delle città" in una brossura di 112 pagine, di cui sopravvivono oggi poche copie disperse. Cinque anni dopo, nel 1997, convertii tutti i miei documenti, quelli più floridi del primo anno e quelli più aridi del secondo, in arcaico linguaggio digitale HTML e li pubblicai sul mio sito web. Lì attesero in sonno per quasi trent'anni, nel corso dei quali scambiai sporadici carteggi con studentesse che ne trassero tesi di laurea o ricerche. La revisione proposta in questo libro pulisce e completa quei testi, li correda con un apparato di note, ne corregge anacronismi e imprecisioni e li arricchisce di pochi nuovi passaggi.


    IL RITORNO ALLA LUCE

    In sonno nel web attese quel mio racconto fino ai primi mesi del 2024, quando la professoressa Laura Budriesi lanciò nel suo corso al DAMS una ricerca su "Antigone delle Città", che si appoggiava vastamente sulle mie pagine web. La professoressa mi chiamò a un incontro coi suoi studenti e studentesse, per raccontarne in prima persona. Fu un pomeriggio intenso, il racconto accese fuochi di stupore e curiosità in quei giovani – o quelle giovani, occorrerebbe dire, non per scrupolo di genere ma di fatto: erano quasi tutte ragazze. Stupito anch'io dell'inattesa prepotente risorgiva che quella storia carsica pareva zampillare, e proprio lì al mio vecchio DAMS, nella mia Bologna, ripresi in mano il racconto sul web. Lo trovai ancora avvincente, ma decisi che quelle studentesse, se dovevano lavorarci, meritavano di leggerlo nella sua forma migliore. Lo riportai in formato Word, lo limai e lustrai, le ragazze lo lessero, alcune di loro che frequentavano corsi di cinematografia si misero in testa di trarne un documentario . Antigone insomma si rimetteva in via.

    A quel punto occorreva coinvolgere Marco Baliani. Gli scrissi, lo informai di tutto, gli spedii il testo rimesso a lustro. Marco naturalmente aveva letto e sottoscritto quel racconto, trenta anni fa: ma i decenni passano e cambiano le letture, rinnovano gli sguardi e le opinioni. Ed ecco il terzo risveglio della nostra Antigone, dopo il corso del DAMS e il documentario. Marco rilegge dopo trent'anni e non ha dubbi: bisogna farne un libro. Ed eccolo.



    Foto dei Fratelli Gnani

    All'indice



    Il documentario

    Ecco due brani del libro che raccontano la nascita del documentario "Antigone Reloaded". Nel primo, altro passaggio del punto "Il ritorno alla luce" già citato sopra, sono io che ricostruisco il ritrovamento delle cassette VHS da cui parte del documentario è stato tratto.
    I VIDEO RITROVATI

    "Manoscritto ritrovato a Saragozza" era il titolo di un romanzo gotico e picaresco che mi affascinò in giovinezza. Ma i manoscritti non riemergono mai soli. In quel primo anno d'Antigone, oltre che drammaturgo e cronista, ero stato inetto e improvvisato operatore video, girando, in momenti vari e casuali del lavorio teatrale a Villa Guastavillani, circa sedici ore di VHS. Il compito, la telecamera e le cassette venivano dal Centro Teatrale Roselle, il mio gruppo bolognese di allora, che da qualche anno aveva allestito e curava un Centro di Documentazione Teatrale. Filmai quando potevo, nei momenti liberi del lavoro drammaturgico, e come potevo, nei limiti della mia scarsa maestria. Etichettai nove cassette VHS, le chiusi in una scatola di cartone, le consegnai al Centro di Documentazione Teatrale del Centro Roselle. Passarono gli anni, i decenni, il Centro Roselle finì e quelle nove videocassette andarono perse. Vano sembrò, anni prima, cercarle in case e cantine dei componenti del vecchio gruppo.

    Ed ecco invece che sorprendentemente, dopo trent'anni proprio in quelle settimane, frugando per caso nella mia cantina in cerca di tutt'altro, le trovai. Ne parlai subito con Laura Budriesi e le sue studentesse, che già pensavano un documentario e il cui entusiasmo dovetti frenare: bisognava vedere quanto di quelle registrazioni s'era salvato, e nel caso la sua qualità. Furono digitalizzate da Andrea Fabbri Cossarini, un generoso amico ex fotografo teatrale, consegnate ai laboratori audiovisivi del DAMS, che dettero altro generoso aiuto, e le studentesse operose ci misero mano. La qualità video era appena decente in piena luce, buia alla sera, l'audio scadente nelle riprese da lontano: ma quelle sedici ore di improvvisazioni dei gruppi, riunioni di guide e skipper col regista, prove del coro, assemblee plenarie alla sera, training, scherzi, sbagli, stanchezze e canti, setacciate dagli occhi di studentesse che avevano capito e amato ciò che accadeva, donarono al documentario scorci magari nebbiosi ma eloquenti della temperatura, del sentimento di quell'impresa.



    Foto di Stefano Righini

    Nel testo che segue, invece, sono direttamente le voci delle studentesse autrici del documntario che parlano: Emma Comotti, Anna Milan, Sara Sanguedolce e Francesca Viapiana. I due brani sono tratti dalla prima e dall'ultima parte del loro intervento nel libro, intitolato "Antigone Reloaded. Genesi di un documentario" (pag. 213-217).
    "ANTIGONE RELOADED"

    Siamo quattro studentesse. Quattro ragazze che, senza immaginarlo, si sono ritrovate a raccogliere i frammenti di una memoria profonda, dolorosa e ancora viva: quella della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Tutto è cominciato quasi per caso, durante una lezione di Scenografia di Laura Budriesi al DAMS di Bologna. Proprio quella città che, con il tempo, è diventata anche nostra; ci ha accolte, formate e, in modo naturale e quasi misterioso, ci ha affidato un pezzo della sua storia. Una storia non solo locale, ma nazionale, collettiva, universale. Una ferita aperta che riguarda tutti. Il 1° marzo 2024 in un'aula di via Barberia, Bruno Tognolini ci raccontava con passione e lucidità un evento emozionante, grandissimo per forme e contenuti e che nelle sue parole vibrava a distanza di più di 30 anni.
    (...)
    Antigone Reloaded ci ha portate fuori dalle aule dell'università, per aprirci uno spazio diverso – libero, creativo e che, gradualmente, abbiamo fatto nostro. Abbiamo avuto la possibilità di immergerci in materiali d'archivio, di guardarli con occhi nuovi e restituirli in una forma viva e poetica. E da subito ci siamo sentite responsabili di qualcosa che ci è parso grande non solo per ciò che rappresentava, ma per come risuonava dentro di noi. è stato emozionante poter contare su tutta la fiducia riposta in noi: nelle nostre idee, nel nostro sguardo, nella nostra capacità di costruire un racconto per immagini sulla base di una storia che ci siamo fatte raccontare, più e più volte, fino a sentirne l'eco dentro. Come se, pur non avendola attraversata, l'avessimo abitata con l'immaginazione, con l'empatia e con l'ascolto. E a un certo punto è stato chiaro che non stavamo solo montando un archivio, ma tentavamo di ricucire delle storie che ancora pulsavano e di creare un nuovo spazio. Riportare alla memoria uno spettacolo di grande valore ha significato far riemergere un vissuto, restituire emozioni autentiche a chi c'era e offrire una traccia viva e vibrante a chi non ha potuto esserci, permettendo una partecipazione di secondo grado ad "Antigone delle città".

    ANTIGONE RELOADED

    Un film di Emma Comotti, Anna Milan, Sara Sanguedolce, Francesca Viapiana

    Realizzato presso il DAMS di Bologna nell'ambito del corso di Scenografia tenuto da Laura Budriesi, A.A. 2023/2024.

    Disponibile alla visione sul canale Youtube del Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna, a questo link;

    https://www.youtube.com/watch?v=6ztMs8Qd8Cg.

    O al QR-code qui accanto.


    All'indice



    Come va a finire?

    Questo ultimo passo del racconto trascrive interamente il punto omonimo del libro, a pag. 147: "Come va a finire?" Ma prima di lasciargli la parola occorre dare qualche lume. Si parla de "Le Antigoni della terra", seconda edizione della commemorazione teatrale della strage nel '92, narrata in sintesi nella seconda parte del libro. Si parla della "Antigone Vecchia", che si chiedeva - e noi, Valerio Festi e Monica Maimone, Marco Baliani e Maria Maglietta e io ci chiedevamo con lei - che senso avesse tornare in quella città in cui un anno prima, partendo, solo quel compito la giovane Antigone aveva dato ai cittadini: dare sepoltura ai fratelli, fare i nomi degli assassini. E quel compito non era stato assolto. Si racconta cosa a quel punto accadeva sulla collina di Piazza Maggiore, che in quel secondo anno non era di legno ma di macerie. La parola al libro.
    Va a finire con un'immagine potente. Quella finale del ritorno di Antigone a Bologna, dopo un anno "che parevano dieci". Antigone Vecchia, stanca del cammino di millenni e di quel compito che mai sarà compiuto, confessava lo sconforto, si chinava nella sconfitta. In quel momento un'attrice ragazzina saliva di corsa la collina di macerie, si fermava per gettare a casaccio sui morti manciate di terra, riprendeva la corsa. è Antigone Bambina. Non vede la Vecchia, non si avvicina a lei: corre, sola tra i morti. E infine, dopo un ultimo sguardo al massacro, esce e scompare.

    Nei dialoghi di oggi fra noi iniziatori e autori di questo evento, in occasione dei suoi risvegli tanti anni dopo, alcuni si son trovati a dire: mai nulla di simile all'"Antigone delle città" potrebbe accadere oggi. Io non sono d'accordo, non del tutto. Perché sempre ciò che è accaduto può ancora accadere. Diverso, certamente, quindi è vero, "mai niente di simile": ma può ancora accadere. E noi autori di quell'Antigone siamo forse un po' noi stessi Antigoni Vecchie, che hanno narrato, rinarrato, e ora dicono che niente di simile più si potrà narrare.

    Forse come l'Antigone Vecchia che lascia quel colle, noi non vediamo le Antigoni Ragazze che vengono dopo di noi, per forza di cose e di tempi diverse da noi. E invece ci sono, stanno accorrendo. Magari sono quattro studentesse del DAMS che fanno un documentario. Magari altre, di certo anche altre. Di quei due anni di teatro dunque, oltre che uno fra gli autori, io sono stato anche cronista, un po' dentro e un po' fuori: forse per quello sguardo anche da fuori, io le ho viste quelle Antigoni Ragazze. E le vedo anche oggi, un po' indistinte, o le indovino in cammino, o le so. Per millenni prima di noi hanno camminato la Terra: perché dovrebbero fermarsi dopo di noi?

    Per questo, o anche per questo può essere utile il nostro racconto: più che come mappa, prescrittiva del cammino per le Antigoni della Terra che verranno, come mero ma forte testamento, testimonianza che quel cammino c'è stato, che qualcuno lo ha fatto. E che quindi qualcuna lo farà. Ed è così che va a finire: non finisce.



    Foto dei Fratelli Gnani


    All'indice
    Home Page di Bruno Tognolini



    Questa pagina è stata creata il 4 agosto 2026 e aggiornata l'ultima volta il 6 agosto 2026.


    ARRIVEDERCI