Bruno Tognolini
MONSTERIUM
L'alba dei mostri

Illustrazioni di ANDREA TARELLA
Salani Editore
Settembre 2026 | Cartonato | 15 x 22,5 cm | 288 pagine | 12 tavole in bianco e nero | € 14,90



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Isola di Therantìri, Ultimo Pascolo dei mostri.
Tre umani scaraventati lì, non sanno come.
Con un compito, pare: non sanno quale.
Una ragazza-anomalia che nasconde qualcosa.
E mostri: letali, buffi, spaventosi, commoventi.
Accadranno cose terribili e bellissime.
La distanza fra mostri e umani si assottiglierà.
Forse non sono loro la vera minaccia. Anzi...






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      di Bruno Tognolini



LE VICENDE

Lo so che sono solo fatti miei

Eccolo dunque arrivato, il nuovo romanzo, puntuale dopo i soliti nove anni. Passo di tempo che non ho mai progettato avanti, ma solo contato indietro fra un titolo e l'altro. Dopo il primo lontano con Giunti, Salto nell'Ultramondo, 1994 (del quale ancora qui si parlerà), coi quattro di Salani parte il passo novennale: Lilim del tramonto 1999, Lunamoonda 2008, Il Giardino dei Musi Eterni 2017, e ora puntuale, 2026, quest'ultimo.

Era da tanto, davvero tanto che lo preparavo: quarantaquattro anni. Racconterò più avanti tutte le tappe miliari di questo cammino, pur sapendo che ai lettori dei fili di vita che legano uno scrittore al suo romanzo, a buona ragione, può non importare un bel niente. Dei giorni, degli anni, dei decenni nei quali ha tessuto e perduto, atteso e ritrovato, scartato e reinventato; intrecciando i fatti finti della storia coi fatti veri della vita, che intanto accadevano; e scoprendo alla fine come diventava un fatto vero che accade anche quella storia; che a me per più di quarant'anni, per esempio, a intervalli e alternata con altre ha fatto buona compagnia, ed ecco alla fine si compie: mi lascia. Tutte queste cose, a rigore, riguardano solo l'autore: sono fatti miei.

Non è della vicenda DEL libro che qui dovrei dire: è della vicenda NEL libro, quella che accade dentro il libro fra i personaggi. Il guaio è che di quella vicenda occorre dire con reticenza, col freno a mano tirato, o si guasta la sorpresa. Oggi fra gli sceneggiatori seriali si direbbe: si azzerano i "WTF twist" che l'autore ci ha messo dentro (i punti di ribaltamento inatteso che deragliano e rilanciano le storie: "WTF" starebbe per "What the fuck...?!?", l'esclamazione che dovrebbe scappare in quel punto allo spettatore: "Ma che c...?!?").

Insomma a farla breve: non bisogna spoilerare. Quindi sulla vicenda che narra il romanzo bocca chiusa. O socchiusa: leggiamo solo il poco che se ne dice a mezza bocca in copertina. Per esempio...


Questo si legge nella bandella destra del libro
Mario è un ragazzo di strada che sembra una palla da flipper, il Professore un ometto bizzarro studioso dei mostri, Doracòra una toelettatrice che parla coi cani. Un giorno, senza sapere uno dell'altro, i tre si ritrovano sbalzati a Therantìri, l'Ultimo Pascolo dove sembrano vivere tutti i mostri di sempre: sirene, chimere, sfingi, blemmi, manticore e infiniti altri. Son le creature immaginate dagli umani nei millenni, spiega il Professore, ibridi pazzi di ogni forma vivente, feroci e fatali. Ma forse no: qualcosa sembra sempre fermarli in tempo. Anzi, qualcuno. Ed eccola infatti: Maria, una ragazzina selvaggia e sorridente, che parla una lingua arcaica e a cui i mostri obbediscono. Inseguiti da un letale clone-drone, agente di una corporazione biotech interessata agli ibridi mostruosi, fra agguati ed enigmi mortali, amicizie e tradimenti, danze e lutti, pianti e risate, i tre cercano di capire: che cosa ci si aspetta da loro? E perché proprio loro? E chi se lo aspetta? Qualcosa di sconvolgente a un tratto accade. Il muro fra mostri e umani si fa sottile. Ciò che minaccia la nostra specie forse non ha zanne e artigli. Anzi...

Sulle rapide di un'avventura scatenata, commovente e divertente, Bruno Tognolini chiede ai lettori senza età di questo libro: perché da sempre abbiamo creato i mostri? Nascondevano presagi, profezie? Forse progetti? Erano i nostri antenati o il nostro futuro? Per che cosa ci stavamo preparando?


Questo si legge nella quarta di copertina
"Perché noi umani fin dalle origini abbiamo immaginato, narrato e figurato mescolanze fra le creature più diverse? Nostalgia di quando anche noi eravamo di ogni creatura cugini e fratelli? E perché allora ne abbiamo fatto mostri paurosi? Per paura di tornare a mischiarci con loro? Perché forse da soli al vertice del mondo stiamo vincendo? Sicuri? Non ci sarà bisogno di una mano?"


Ed ecco la copertina "stesa", coi sontuosi disegni di Andrea Tarella.
(cliccare per la versione ad alta risoluzione, da ingrandire per leggere con agio i testi)




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GLI ARGOMENTI

Un chilo di piombo e un chilo di piume

Tutti quei punti interrogativi da un quintale che abbiamo letto nella copertina cosa ci fanno temere? "Monsterium" non sarà un libro pesante? Ci sono righe tutte in latino, c'è un'ottava di Torquato Tasso. Ci sono lunghi spiegoni sui mostri, tirate di etimologia. Filippiche apocalittiche e distopiche. Non sarà un libro secchione, pedante, saccente?

Storia, letteratura, antropologia delle narrazioni fantastiche. Storia della geografia, zoologia immaginaria delle cartografie antiche. Ecologia, ecosofia, biofilia. Antispecismo, prospettive multispecie, intelligenza distribuita. Transumanesimo, antropocene, Cthulucene. Quanto pensiero, quanta teoresi e ideologia può reggere un romanzo? Prima di vacillare, rallentare, sbandare, e infine piegarsi sotto il carico e cadere come un povero asinello sfiancato?

Dipende dal carico e dal portatore. Dall'equilibrio fra i due: fra il peso della soma e la forza del somaro. Dipende dalla forza propulsiva della vicenda, il motore narrativo, il pungolo sfogliapagina avanti-avanti; e dalla leggerezza, dal grado di densità e chiarità che l'autore riesce a imprimere ai contenuti teorici e ideologici. Questo equilibrio è tutto. Tanto che che quando non c'è si vede, sotto forma di squilibrio, e quando c'è non si vede: non si coglie più la miscela, non si sentono parti mescolate. Come dice l'abusata ma perfetta allegoria zen: chi può distinguere nell'applauso il suono della mano sinistra sulla destra da quello della destra sulla sinistra?

"Monsterium" sarà quindi un romanzo che tiene lezioni con la scusa di raccontare un'avventura, o un romanzo che si gode l'avventura con la scusa di fare lezioni? Ai lettori la difficile sentenza. Se la maionese è riuscita bene, non sapranno rispondere.


Sempre lo stesso libro

Si dice e ridice che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro. Io non lo so se sia vero. Forse è vero "a stagioni": ci son stagioni in cui si producono frutti più o meno simili. Questa per me sembra essere la sagione dei paradigmi visionari elencati più sopra: ecologia, ecosofia, biofilia; antispecismo, prospettive multispecie, intelligenza distribuita; transumanesimo, antropocene, Cthulucene. Gli stessi che cominciano a ochieggiare nel romanzo che nel ciclo dei nove anni precede questo, "Il Giardino dei Musi Eterni"; che lampeggiano con più forza nella raccolta di poesie "Versi di bestie"; e che infine si dispiegano aperti nel racconto illustrato "Bestian" (soprattutto qui).


Mostri immortali

Persistenza eterna dei mostri nella cultura umana.
Ecco come ne spiega le ragioni il Professore, in uno dei suoi tanti spiegoni (Monsterium, pag. 50).
"Insomma una Terra dei Mostri, sembrerebbe. Quelle terre che noi umani collochiamo sempre appena un po' più in là del conosciuto: in Libia, nelle Indie, nella Sirti Inospitale. 'In abditis mundi partibus, per deserta et oceani insulas et in ultimorum montium latebris'..."
"Oh, senta! Non ricominci, eh? Parli italiano!"
"Significa: nei recessi nascosti del mondo, per deserti e isole in mezzo all'oceano, e negli ultimi anfratti dei monti"
"Lì ci sono mostri?"
"Lì vengono segnalati nei millenni, dai racconti, dalle leggende di tutti i popoli. E poi dai libri, dai bestiaria, dai mirabilia, dai memorabilia degli scienziati di allora, che erano più fantasiosi e pazzi di quelli di ora. E li piazzavano, i poveri mostri, un po' più in là del mondo conosciuto, come le ho detto. Vede, signorina gentile: gli umani, spinti avanti dallo spirito di Ulisse, hanno sempre cercato nuove terre. Sempre più in là, oltre quei monti, oltre quei mari. Che cosa c'è? Andavano, guardavano, disegnavano, annotavano. Poi si fermavano e non andavano più in là: perché avevano finito la forza, la voglia, le scorte, e magari il coraggio. E allora dicevano: più in là non si può andare, ci sono mostri. "Hic sunt leones", scrivevano sulle zone delle mappe che lasciavano bianche, perché non sapevano che cosa c'era"
"Ma mostri o leoni?"
"Mostri e leoni, il senso è lo stesso: lì è meglio non andare, ci sono i babau"
"E c'erano davvero?"
"No che non c'erano. Infatti, magari cent'anni dopo, ci ritornavano con più coraggio e più provviste. E più in là ci andavano eccome, e vedevano che mostri non ce n'erano. Allora dalle zone bianche delle vecchie mappe cancellavano i mostri e i leoni, e disegnavano ciò che avevano trovato: fiumi, colline, deserti. Poi andavano ancora avanti, esploravano, annotavano, disegnavano. Poi si fermavano di nuovo, perché avevano finito le provviste, o il coraggio e la pazienza, e dicevano 'non plus ultra', che vuol dire 'non più avanti', non si può andare più avanti di qui. Ritornavano a casa e sulle mappe e sui libri scrivevano: ci sono mostri"
"Ma che stupidoni che erano!"
"E che siamo. Anche oggi facciamo così, non siamo cambiati. La terra ormai l'abbiamo esplorata tutta, fotografata dai satelliti e catalogata. E abbiamo visto che mostri non ce n'è. Però sopra la terra c'è lo spazio, il cosmo profondo. Ed eccoci lì di nuovo, col naso all'insù, a dire e raccontare come millenni fa: Cthulu, Alien, Predator. Gli ET, gli UFO, gli alieni. I Borg, i marziani, gli Aracnidi. Ci sono mostri. Dove lo sguardo non arriva, ci sono mostri"
Doracòra prese entrambe le mani del Professore, le valutò soddisfatta e poi lo guardò.
"Ma allora qui? Dove lo sguardo non arriva ci sono mostri, ho capito: e qui? Qui ora il nostro sguardo è arrivato, e ci sono i mostri. Anche dove lo sguardo arriva ci sono mostri. Secondo la sua spiegazione, che posto è questo?"
Il Professore la fissò, disorientato, come uscendo da un sogno: il sogno esatto, ordinato e confortante della sua dotta lezione. Si guardò intorno, smarrito, implorante. Si guardò le mani lisce, stupefatto.

Persistenza eterna dei mostri nella cultura umana.
Ed ecco come io, nelle presentazioni del libro, ne lampeggio le prove, le forme, e alcune domande sulle finalità, con una brevissima slideshow che qui si può vedere in video e qui sfogliare in PDF.

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LE FIGURE

NOTA. Nel rispetto del lavoro di illustratore e editore le immagini che seguono sono a bassa risoluzione e non scaricabili.

Il miniatore di mirabilia

Mariagrazia Mazzitelli, veccchia amica e direttrice di Salani, ha avuto l'occhio lungo anche stavolta: Andrea Tarella si è rivelato l'illustratore perfetto per Monsterium.

Mi è stato detto che ha letto il libro subito e per intero. Non sempre gli illustratori lo fanno, e con qualche ragione, per i romanzi di cui in fondo son chiamati a realizzare la sola copertina e in qualche caso fregi o testatine per i capitoli. Le redazioni ci sono per questo: una bella scheda riassuntiva e via a disegnare. No, lui ha letto tutto e immediatamente, se n'è entusiasmato - mi è stato ancora detto - ed è andato oltre. Nella ricerca e nella produzione.

Nella ricerca: s'è documentato sui numerosissimi mostri nominati nel libro, sulle loro forme e descrizioni; e non contento è andato a cercarne di altri, aggiungendoli al bioma di Therantìri. E nella produzione: ha cominciato a lavorare, e una fioritura preziosa di figure si è riversata sul libro, traboccante in qualità e in quantità.

In qualità. Un bianco e nero al tratto, uno stile ornato antico e pop al tempo stesso, ricco, sontuoso, schiumante di meraviglia. E la meraviglia è il motivo d'essere dei mostri, il loro lavoro: creature strane da mostrare, far ammirare perché sono "mirabili", mirabilia, meraviglia.
Così Andrea Tarella, miniatore di mirabilia, ha cominciato a sfornare ritratti di mostri, ispirati alla tradizione iconografica (come quella di Ulisse Aldrovandi, che mi son divertito a comporre in un montaggio video), e al tempo stesso aggiornati alle sensibilità di oggi; e a disegnare sfrenate cornici mostruose, in cui mostrare quei mostri. Cornici: cioè perimetri, recinti, mirini che segnalano agli sguardi cosa c'è da vedere di mirabile. E ammirati, più che spaventati, sono in Monsterium gli sguardi del Professore, di Doracòra, di Maria, e dietro di loro meravigliato è il mio d'autore. E allora benedette quelle cornici schiumanti di bellezza, che meravigliando già con quella accompagnano gli sguardi dentro i capitoli.




Le antiporte

In quantità. Il miniatore di mirabilia Andrea Tarella, infatti, ha sommerso l'editore con una gran quantità di disegni oltre quelli pattuiti. La redazione ha discusso con lui che uso farne, dove mai piazzare nel libro queste tante e ricche figure.

Si dice infatti che i romanzi si distinguano dagli albi, e i libri per grandi da quelli per bambini perché "non hanno le figure". Le graphic novel hanno da tempo cominciato a mettere un cuneo fra queste categorie di calcetruzzo, ma una tenace distinzione permane: la narrativa non contempla illustrazioni.

Però... I mostri sono nati per mostrarsi, le loro storie non possono fare a meno di mostrare, non hanno mai potuto. I repertori di cose mirabili, le Wunderkammer, i panopticum di bizzarrie, i cabinet of curiosities, i freak show, le collezioni esotiche dei viaggiatori, e infine gli innumerevoli antichi bestiari di mostri: tutti avevano le immagini a fondamenta del loro stesso essere. Reperti, riproduzioni, disegni, miniature, incisioni, xilografie.

E allora: un romanzo, un libro di narrativa, che per sua natura tollererebbe illustrazioni soltanto in copertina (e tutt'al più qualche piccolo fregio in cima ai capitoli), non potrà essere ulteriormente impreziosito, in onore alla tradizione visiva millenaria del suo racconto madre, di belle tavole a tutta pagina ad apertura di ciascuna delle sue sezioni?

Ho scoperto che nella lingua editoriale queste tavole si chiamano "antiporte". Non è un bellissimo nome?
Precedute dal sontuoso frontespizio ad apertura del libro, eccole qua.
Le antiporte delle otto sezioni di Monsterium, coi loro titoli.


Le tavole di repertorio

Ma le antiporte sono solo otto. Il miniatore di mirabilia, invece, di creature mostruose ne ha disegnate ventotto. Ci sono i mostri protagonisti della vicenda, più altri comprimari e figuranti, e altri ancora solamente nominati. Sono belli, sono utili al lettore, che ne facciamo?

Andiamo avanti in modalità antichi bestiari: quattro belle tavole di repertorio, due in apertura e due in chiusura del libro. Coi disegni di sette mostri ciascuna, numerati e nomianti in leggenda.

Così se il lettore, oltre a immaginarsi quei mostri nelle descrizioni a parole, dell'autore e del Professore, vuole vedere come se li è immaginati Andrea Tarella studiando le descrizioni millenarie e risognandoli oggi, ecco, si può accomodare.
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LA STORIA ANFÌSBENA

Oltre non vedo

Un serpente comincia con la testa, procede con il corpo, finisce con la coda.
Il mostro chiamato anfìsbena è un serpente che comincia con la testa, procede con il corpo, finisce con un'altra testa.
Non finisce.

Una storia comincia con l'inizio, prosegue con la vicenda, finisce con la fine.
Monsterium comincia con l'inizio, prosegue con la vicenda, finisce con un altro inizio.
Non finisce.

Non è strano, e anzi in qualche modo è bello e naturale, che una storia di mostri sia mostro essa stessa.
Monsterium è una storia anfìsbena. Finisce con un inizio.

Potrebbe essere un'altra cosa, non mostruosa: per esempio il primo libro di una trilogia: 1. "Monsterium - L'alba dei mostri" - 2. "Monsterium - XXX" - 3. "Monsterium - YYY". Ma per quanto posso vedere oggi da qui, questo non accadrà. Non ci sarà trilogia, non sequitur. A meno che altri non si prendano la briga.

Io non potrò farlo per una ragione semplici e forte: che come continua questa mia storia io non lo so.

Non lo vedo. Da dove sono arrivato non si vede oltre. O perlomeno io non vedo oltre. Non ci arrivo, ci sono ostacoli di mezzo.
Probabilmente andando avanti si vedrebbe: le cose stanno accadendo sempre più in fretta.
Altri quindi andranno avanti e vedranno. A loro il compito, con questa o con altre storie.


L'arte della reticenza

E che ne diranno i lettori? Mentirei se non ammettessi che me lo son chiesto e richiesto.
Arrivati a pagina 280, con quei due vecchi scemi che se la ridono, si arrabbieranno, si sentiranno presi in giro? Magari proprio da quelle risate? "Be'? E ora? Non è possibile, si ferma qui? Mi lasciano così? E ridono pure?"

C'è una figura retorica, usata nelle narrazioni, che ha nome reticenza.
L'esempio classico che si usa farne è la celebre chiusa del capitolo della Monaca di Monza nei Promessi Sposi: "E la sventurata rispose". Quanta densità di senso in ciò che il seguito taciuto lascia immaginare, quanta in più che se l'autore fosse andato avanti a spiattellarlo per filo e per segno. Si potrebbe concludere con la sentenza un po' pomposa: la reticenza, quando è applicata ad arte, non è sottrazione ma addizione di senso.

Nei film, nelle serie, la reticenza prende la forma del cosiddetto finale aperto, che "lascia spazio alle congetture dello spettatore". E se queste congetture sono più d'una, diverse e parallele, qualcosa nel tocco del regista e dello sceneggiatore, se quel finale aperto è fatto ad arte, fa percepire questa vaghezza come ricchezza. Come addizione di senso, non sottrazione. Leopardi con "Vaghe stelle dell'Orsa" non intendeva che quelle stelle fossero incerte, inconsistenti, inconcludenti. Tante conclusioni potrebbe avere un film con il finale aperto fatto ad arte: tutte plausibili, tutte vere, tutte vive. L'autore s'è tenuto sul vago perché vaga è la vita, bella, tanta, varia, da desiderare: cioè "vagheggiare". Una seta iridescente che colore ha?

Il finale di Monsterium sarà così?
Farà sognare o farà arrabbiare? O un po' e un po'?
Non lo so. Sono curioso di saperlo.
Ancora di più sarei curioso di sapere come va avanti la storia che in Monsterium parte alla fine.
Ma non lo so.
E poi se a questa anfìsbena al posto di una delle due teste spunta una coda finale, non è più un mostro: è un serpente.
E invece questa è una storia di mostri. Di mostri del passato e futuro degli umani.
Speriamo che piaccia a chi lo leggerà.




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PER CHI È QUESTO LIBRO?

Per chi lo leggerà.
Ho settancitacinque anni, mi sono tolto le fasce d'età.

Non che le abbia mai tenute tanto strette, ma ora me le sono proprio tolte.
Questa storia di mostri ho iniziato a intrecciarla più di quaranta anni fa, quando ancora non le avevo messe.
Andava compiuta, e l'ho fatto con la mia età di ora, anagrafica e artistica.

L'ho scritta dunque guardando ciò che si vede da qui, che mi pare bello e importante raccontare.
Non l'ho scritta guardando il lettore, ma la storia. La sua bellezza e importanza.
Quindi non so se la materia di cui narra, e la lingua con cui la narra, siano adeguate a questa o quell'età.

Capisco che per certe ragioni e in certe sedi, nel comparto di editoria in cui scrivo, occorra dirlo.
E allora si potrebbe dire, per esempio: si consiglia la lettura di questa storia "dagli 11 anni in su".

Però non ne sono certo. Non lo so.
So che mio compito era scriverla. Sia per me che per la storia era l'età.
Compito del lettore sarà leggerla. Lo sa lui con che età.


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UNA STORIA SCRITTA IN 44 ANNI
1982. Un progetto teatrale

Il tema dei mostri affonda alle mie spalle giù fino al remoto ottobre 1982, quando in uno dei miei quaderni di lavoro - che ora ho digitalizzato qui in alta e (consiglio) qui in bassa risoluzione - appare come titolo della pagina 11 la parola "Mostri". Gli appunti e i ragionamenti raccolti in quel quaderno (storici, mitografici, letterari, artistici, antropologici e via espandendo) erano destinati, nell'intenzione del mio gruppo di allora, il Centro Teatrale Roselle di Bologna, a un grande progetto multispettacolare sul tema dei mostri. Eventi di teatro, cinema, musica, mostre, conferenze etc., tessuti insieme da un disegno drammaturgico che quel quaderno fondava, avrebbero coinvolto soggetti artistici e culturali della città di Bologna, per diramarsi sul suo intero territorio. Impedito già nel nascere dalle sue stesse mostruose dimensioni, il progetto non vide mai la luce. Ma il tema, che mi affascinava, e il bel granaio di argomenti e visioni che vi avevo raccolto intorno non volevano morire, e presero a cercare nei decenni altre forme di nascita e di vita.

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1987. Uno studio teatrale

Sapevo che il golem cementizio della ricerca teorica rimane inerte, non fa un passo finché non gli si infila in bocca il cartiglio col giusto software di gestione: una storia, dei personaggi, un posto. La prima prova di nascita fu, nel 1987, la partecipazione del mio Centro Teatrale al Premio Scenario, promosso da Marco Baliani e la sua coop Ruotalibera di Roma. Con la mia drammaturgia, mettemmo in scena lo studio preparatorio per uno spettacolo teatrale: un atto scenico multicodice di un quarto d'ora, con brevi azioni interpretate da tre attori, una slideshow di foto arcane scattate di notte nel Museo di Storia Naturale di Bologna, e presagi delle parti mancanti narrate da me. La figura del Professore teratologo, del Cacciatore di mostri e della Ragazza dei Mostri nascono in quella prima antica versione, di cui esistono studi preparatori, brogliacci e dialoghi scritti a mano in un altro dei miei quaderni di allora. Non vincemmo quel premio e quello studio non divenne mai uno spettacolo.

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1989. Uno spettacolo teatrale

Ma poco tempo doveva passare perché lo diventasse. Il secondo tentativo di epifania sotto forma teatrale del tema e della documentazione sui mostri fu lo spettacolo "QUENDI. Fiaba dei Mostri", messo in scena nel 1989 dalla compagnia Teatro Evento di Vignola, con cui il mio Centro Teatrale Roselle aveva realizzato una fusione, col testo che scrissi nel 1988, e che conservo per intero in digitale. Vi ritroviamo la figura del Professore e quella della Ragazza, che lì diventa Bambina dei Mostri. A cui si affiancano i primi mostri protagonisti: la Sirena, la Chimera e la Sfinge, che torneranno in "Monsterium"; e l'enigma dell'amuleto a forma di H, dono della Bambina dei Mostri al Professore, con la trovata della drammatica risoluzione dell'enigma, a sua volta scena forte del romanzo. Lo spettacolo, per scarso entusiasmo del regista nella messa in scena e probabile inadeguatezza del testo, non ebbe fortuna, né forse la meritò. Girò a stento il primo anno e poi sparì.

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1994. Un primo romanzo

Il terzo tentativo di crescita e mutazione narrativa fu una forte ma circoscritta inseminazione del tema dei mostri, e del corpus di studi che gli stava dietro, in un romanzo d'altro soggetto e tema: Salto nell'Ultramondo, il mio primo, pubblicato da Giunti 1994. Questa volta la mandria dei mostri trovò dimora in un reame rigoglioso e stabile: quel libro è ancora in libreria dopo più di trent'anni – una bella età oggi in Italia.

Una delle terre immaginarie (gli "Ultramondi") visitate dai ragazzini protagonisti di quel romanzo in cerca del loro amico perduto è l'isola di "Taprobane", che una "Bambina dei Mostri" – che lì finalmente prende il nome di Maria – chiama "Therantir": il nome che avrà in Monsterium. La geografia dell'isola, la sua flora e fauna mostruosa, l'aspetto e gli abiti di Maria dei Mostri, alcune creature che vi si incontrano (il Roc), sono fili ripresi in sinapsi, trapiantati e sviluppati in Monsterium, che di quel lontano romanzo è uno spin-off premeditato più di trent'anni prima.

Oltre questi tratti d'ambiente e personaggi, in quel vecchio libro due specifici fili narrativi con piena intenzione furono lasciati sciolti, senza risoluzione all'interno del romanzo. Il primo, più flebile, sono le impronte di un umano su una spiaggia e nel bosco, che non appartengono a nessuno dei personaggi del romanzo: si dirà che erano di un tale "Professore", ci si chiederà chi fosse, si parlerà (con l'inosorabile ma stavolta veritiera citazione di Ende) di "un'altra storia, da narrare un'altra volta", e lì ci si fermerà.

La seconda sinapsi staccata, lasciata coi fili fluttuanti, è più cospicua: l' "arnese nero e piatto a forma di acca" che Maria dei Mostri porta "appeso in vita", a cui nel romanzo non si dà compimento ma discreto rilievo, di nuovo con esplicita allusione a un eventuale seguito (Salto nell'Ultramondo, capitolo 29). Il mistero dell'attrezzo a forma di H, a dire il vero, aveva trovato pieno svelamento nello spettacolo teatrale Quendi, di cui sopra. Ma la breve e oscura vita di quello spettacolo garantiva che, a distanza di ventotto anni, si fosse persa del tutto la memoria di quella trovata narrativa, come dello spettacolo intero intorno ad essa. Così il più robusto dei fili sciolti potrà trovare nuova vita e finale compimento nel nuovo romanzo, con l'episodio della drammatica sfida fra il Professore e la Sfinge.

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SPOT PER UN ALTRO LIBRO

Gratitudine a Giunti

"Monsterium" di Salani dunque è una sorta di sequel-spinoff di "Salto nell'Ultramondo" di Giunti, col quale condivide alcuni personaggi, ambientazioni e spunti narrativi. Il 3 ottobre 2025, col contratto per "Monsterium" già avviato, scrissi a Mariagrazia Mazzitelli, direttrice di Salani e vecchia amica, di questa filiazione genetica narrativa. Le riportai che nel contratto di cessione diritti di quel romanzo a Giunti erano compresi "elaborazioni e trasformazioni, creazione di nuove storie, prequel e sequel dell'opera (aventi come protagonisti gli stessi personaggi dell'opera) (...) intendendosi ceduti anche i diritti di utilizzazione economica relativi ai singoli personaggi dell'opera, autonomamente considerati".

Mariagrazia mi rispose: stop, blocchiamo tutto. Senza una liberatoria esplicita di Giunti non si può pubblicare il romanzo. Allora scrissi a Beatrice Fini, direttrice editoriale di Giunti Ragazzi, a sua volta mia vecchia conoscenza, benché con meno pubblicazioni coondivise. Le raccontai dell'isola di Therantir, della Bambina dei Mostri, del Professore, del Roc, dell'amuleto a forma di H, insomma di tutte le stringhe di geni che l'mRNA narratore aveva trasportato da un libro all'altro. Beatrice generosa rispose: non preoccuparti, Bruno, vai avanti.

Bea, grazie. Non era scontato.



Spot per "Salto nell'Ultramondo"

In un passaggio di "Monsterium" qualcuno pressava Maria dei Mostri perché raccontasse di quelle cose avvenute lì in un passato incerto. Di chi erano quelle tracce nella sabbia? Cosa cercava quel Martino a Therantìri? Che storia era quella? Che la narrasse intera, ora!
"Uffa, no, non ne ho voglia!" - replicò Maria ritrosa, scuotendo la testa - "È lunga quella storia e non c'è tempo. Però è scritta, e dopo più di trent'anni è ancora in giro. Quando tornate all'Ecuméne, prima o poi, ve la cercate e ve la leggete per conto vostro"


Forse è stata temeraria e un po' gaglioffa questa rottura della quarta parete fra libro e realtà: bisogna essere Philip Pullman per osarla con speranza di successo. Ma tant'è, ormai è fatta. E siccome non credo che la vocetta di Maria da Therantìri riesca a giungere fin qui nel nostro Ecuméne, la cosiddetta realtà, ci unisco bella esplicita la mia.

SPOT. Se volete conoscere l'inizio remoto della storie di Monsterium, annidato in tutt'altra storia, leggetevi Salto nell'Ultramondo.

Maria e i suoi amici lo meritano. Giunti lo merita.
E lo meritano tutte le storie del mondo, unite insieme testa per testa e coda per coda.
Come si narra qui sotto.

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A TALE OF TAIL TO TAIL

Nel quaderno di lavoro di cui ho detto molte pagine riportano le note di lettura del saggio di Jurgis Baltrušaitis Il medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell'arte gotica (Il ramo d'oro, 1973). Si parla di "arabeschi fantastici", stilemi decorativi ripetuti in manoscritti, tessuti e arazzi, legni intarsiati, pietra scolpita, metalli a sbalzo etc., dove si intrecciano forme umane, animali e vegetali variamente e "mostruosamente" fuse fra loro. In un passaggio riportato nella scheda di lettura n. 6 bis di quel quaderno Baltrušaitis descrive ad esempio "figure in lotta con la propria coda", e "figure a effetti di inversione: lepri nel cerchio con orecchie in comune, pesci con occhio in comune...".

In un mio vecchio calendario, tratto dal libro stupendamente illustrato Masquerade (Kit Williams, London, 1980), una ghirlanda di animali in cerchio con la coda in comune ruotava dentro questo motto:

"All animals are equal in a tale of tail to tail".

Il gioco di omofonia fra le parole inglesi tale e tail fa sì che, letta con gli occhi (e forzando un po' il significato di tale - ma così suona meglio), la frase significhi: "Fine su fine su fine tutti gli animali sono uguali in una storia di coda su coda"; e sentita con le orecchie invece possa anche dire: "tutti gli animali sono uguali in una storia di storia su storia".

Le storie sono le bestie dell'anima, direbbe il mio antico maestro Giuliano Scabia. Forse sono anche i mostri dell'anima.

E girano in giostra per sempre,
tenendosi coda per coda e storia per storia
.


Così questi miei due romanzi, il primo e l'ultimo.



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Questa pagina è stata creata il 24 luglio 2026 e aggiornata l'ultima volta il 7 settembre 2026.



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